Letteratura: James Joyce, l’Irlanda e Dublino

Il 13 gennaio è l’anniversario della scomparsa di James Joyce, uno dei piú influenti scrittori dei primi del Novecento. Un uomo controverso che non ha pubblicato una quantità notevole di scritti ma ha sicuramente rivoluzionato la letteratura del suo tempo e continua ad ispirare la letteratura moderna.

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James Joyce e la “Gente di Dublino”

James nasce in Irlanda, precisamente a Rathgar un sobborgo di Dublino, il 2 febbraio del 1882. Nasce in una famiglia medio borghese e profondamente cattolica e rimane in Irlanda durante i suoi studi ma scappa appena ne ha l’occasione. Si trasferisce in Francia, poi in Italia ed infine in Svizzera. Durante la sua permanenza all’estero tornerà in Irlanda ma per obbligo, non per piacere sviluppando però i suoi libri intorno alla sua patria descrivendone la sua società, la cultura e i suoi concittadini attraverso tutti gli aspetti.

La sua prima opera che denota critica nei confronti della società irlandese è “Gente di Dublino”, titolo originale “The Dubliners”. Pubblicato solo nel 1914, nonostante sia stato terminato molti anni prima, perché considerato eccessivo per gli argomenti di sesso e politica trattati in maniera chiara e senza filtri.

Una raccolta di quindici storie in cui i cittadini vengono raffigurati in momenti di quotidianità con un tema comune a tutti “la morte nella vita” perché questi personaggi vivono una paralisi morale. Sono persone sulla via del fallimento inserite in un contesto misero e, se volessimo suddividere le storie secondo un tema, individueremmo quattro gruppi che rappresentano le fasi più importanti della vita: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità e la vita pubblica. (L’ultimo racconto “The Dead” non viene considerato nei gruppi precedenti). Ma c’è di più, i racconti sono legati da un filo temporale, come fossero capitoli di un romanzo unico. Avvengono tutti contemporaneamente formando così una visione unica della società media di Dublino.

Letture di e su Joyce

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Dublino è inoltre il legame di tutti i racconti, il suo aspetto grigio e triste esalta le misere condizioni e la desolazione di uomini, donne e bambini. La loro paralisi morale rispecchia quella dell’intera nazione sotto l’aspetto culturale, sociale, politico e personale. I racconti svelano ai personaggi e al lettore la loro immobilità attraverso le “epifanie” che, con gesti, pensieri o azioni rivelano l’impossibilità di sottrarsi a questa paralisi, un momento di consapevolezza brutale.

Già da questa prima opera Joyce critica la società ma la ritrae con minuziosa perfezione in ogni dettaglio, mettendo in risalto le inadeguatezze e le caratteristiche che lui in primis non amava: il profondo legame con la chiesa, la semplicità mentale e della quotidianità, la mancanza di ambizione, il legame stretto con le usanze e la tradizione.

James Joyce e l’ Irlanda

Come scrisse in una lettera al suo editore “ho scritto un capitolo di storia morale del mio paese, ecco perché scelgo Dublino. È il centro della paralisi“. James Joyce ambienta tutti i suoi romanzi nella sua patria eppure l’abbandona appena ne ha la possibilità trasferendosi a Parigi. Gli sta stretta la sua mentalità, la sua rigidità religiosa oltre alla sua atmosfera provinciale; la trova claustrofobica. Anche le questioni politiche lo rabbuiano, in quel periodo l’Irlanda è sotto la morsa dell’impero britannico e si smuovono rivolte e piccole rappresaglie che presto sfoceranno nella grande rivolta di Pasqua del 1916. Il popolo è diviso, confuso e arrabbiato, un’atmosfera cupa e desolante per James che vorrebbe dedicarsi alla scrittura e respirare un ambiente più cosmopolita.

Targa nel Temple Bar di Dublino

“…quando in questo paese nasce l’anima di un uomo, le si gettano addosso delle reti per impedirle il volo. Tu mi parli di razionalità, di lingua, di religione e io cercherò di evitare queste reti. ” – Ritratto dell’artista da giovane

Il romanzo in cui racconta più di sé è sicuramente “Il ritratto dell’artista da giovane“, un’autobiografia in cui l’Irlanda lo ha deluso e rifiutato. Il romanzo infatti, pubblicato nel 1916, segue le azioni dell’artista dalla giovane età fino al momento in cui decide di lasciare l’Irlanda. Joyce scriverà sempre del suo paese, anche se lo farà dalla Francia, dall’Italia e dalla Svizzera. Nel suo capolavoro “Ulisse” Leopold Bloom vaga per Dublino in un viaggio mirabolante come quello dell’eroe greco mostrando però la quotidianità, gli aspetti più nefandi dell’essere umano e i pensieri interiori più profondi.

(A Dublino, il 16 giugno si celebra il Bloom’s Day proprio per la giornata in cui si svolge il romanzo).

Nell’Ulisse fa di Dublino una ricostruzione fedele, così precisa che lui stesso dice: “se Dublino dovesse scomparire la si potrebbe ricostruire attraverso i miei racconti“. È in questa fase di maturità che James Joyce sembra riappacificarsi con la sua città natale, dimostra che la sua immaginazione non ha mai lasciato Dublino. Ma i lettori lo hanno già notato, è forse lui a rendersi finalmente conto che l’Irlanda non lo ha mai abbandonato, come un genitore con cui si ha un rapporto complesso, gli si sfugge per crearsi una propria identità ma è sempre lì a giudicare e aiutare. Forse l’Ulisse è la sua epifania, come se fosse anche Joyce uno dei tanti personaggi di The Dubliners che ha sempre creduto di disprezzare il suo paese ed i suoi abitanti ed invece è condizionato da un legame indissolubile che ha segnato tutta la sua traiettoria artistica.

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James Joyce e il suo stile

Joyce è considerato uno dei più grandi rappresentanti del modernismo proprio per quel suo modo di fare immergere il lettore completamente nella mente dei personaggi e nella storia grazie al suo stile realista. Lo scrittore affida ai vari punti di vista e alla sua introspezione il compito di creare il ritratto del personaggio, non alla sua descrizione.

Copia dell’Ulisse in un mercatino a Dublino

I racconti si aprono sempre nel mezzo di azioni o argomenti per rendere l’immagine più reale e oggettiva possibile. Il suo realismo analizza sentimenti e pensieri che un evento esterno hanno scatenato causando uno sconvolgimento interno del personaggio che tramite discorso diretto libero e monologo interiore affiora nel testo. Quando il monologo interiore diventa estremo possiamo parlare di flusso di coscienza: tecnica narrativa che letteralmente trascrive i pensieri del personaggio così come arrivano nella mente, senza una logica, in maniera frammentata, proprio come si comportano nella realtà i nostri pensieri.

Per Joyce l’obiettivo dell’artista è proprio quello di dare ai lettori un’immagine onesta e reale della vita.

James Joyce e la sua vita

La vita di James Joyce è piuttosto caotica e altalenante proprio come lui. L’assenza di sicurezza economica lo ha influenzato per molti anni, così come il rapporto con la madre e la sua patria. L’amore per Nora, un bisogno fisico e disperato che lo legava a questa donna dell’ovest provocava momenti di estasi e frustrazione per un legame così forte che non faceva parte del suo modo di essere. Quasi pari al fastidio di vedersi rifiutati i suoi racconti continuamente. Eppure la sua testardaggine e la convinzione nelle sue abilità non lo fece demordere.

Statua di Joyce a Trieste

Se dovessi scrivere della sua vita nel dettaglio cercando di analizzare anche gli aspetti psicologici delle sue scelte e dei rapporti interpersonali ne uscirebbe un articolo troppo lungo che leggeremmo in quattro. Posso però consigliare il libro “James Joyce – Una vita” di Edna O’Brien che in poco meno di duecento pagine sviscera segreti, racconti, relazioni, successi e fallimenti di James con riferimenti alle sue opere e una ricca bibliografia a cui attingere se si ha voglia di approfondire.

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